È più o meno oggi, solo del 399 avanti Cristo.
Il sole è ancora lontano dal sorgere, ma migliaia di cittadini già si muovono verso l’agorà, ognuno preceduto da uno schiavo che gli illumina il cammino con la torcia. Non è difficile intasare una strada qui: v’è l’obbligo, prima d’uscire di casa, di bussare per evitare collisioni con i passanti. L’ho sempre trovata una consuetudine molto rappresentativa: ad Atene per incontrarci e discutere ci incontriamo nella vita pubblica. Rientrando a casa, invece, usciamo dal nostro vero posto nella polis.
Mentre la mia fila, quella degli aspiranti giudici, s’ingrossa a vista d’occhio, gli schiavi pubblici attorniano le zone riservate tenendo tesa la corda vermiglia, pittata di rosso proprio poco fa. Chiunque verrà macchiato non potrà partecipare alle assemblee per un anno. E Pericle ci ricorda che un uomo che non si interessa allo stato non è considerato innocuo, ma inutile.
I giudici estratti saranno cinquecento, sorteggiati dall’Eliea, seimila ateniesi di età superiore ai trent’anni. Ognuno mette la propria tavoletta di riconoscimento in un marchingegno in marmo, il cleroterion, che fa rotolare due dadi, uno nero e uno bianco, attraverso dei condotti. Se esce il bianco sei ammesso alla giuria e riceverai un gettone di presenza di tre oboli: un po’ più della metà di quello che prende un operaio.
Inserisco la mia tavoletta di bronzo, su cui sono incisi il mio nome, quello di mio padre, e il mio demo di provenienza, e vedo rotolare giù il dado bianco. Andiamo a fare la storia.
Accedendo all’area riservata ai giudici, inizio subito ad orecchiare le prime polemiche. «È troppo presuntuoso», lo accusano alcuni. Altri lo difendono, ricordando che è l’imputato stesso a dire di sapere solo di non saper nulla. «Ed è in questo modo che dà dell’ignorante a chiunque creda di saper qualcosa!». In realtà non c’è ad Atene l’accusa di presunzione. L’imputato è accusato di empietà, cioè, a farla breve, d’aver mancato di rispetto agli Dei. Ad Atene non importa a nessuno del tuo Credo, di solito, ma abbiamo avuto altre eccezioni, oltre a questa di oggi. Solo che, per quel che ricordi, gli altri accusati di empietà si salvarono con la fuga, come Anassagora, proprio uno dei maestri dell’accusato.
Ancora tra la giuria qualcuno prova ad aizzarci contro l’imputato: «Come abbia potuto il vecchio arrivare ai settant’anni senza essere esiliato per ostracismo è noto solo agli Dei!». L’ostracismo è questa nuova procedura molto di moda: c’è l’òstracon, una pietra di ceramica, se pensi che qualcuno possa nuocere alla polis, o ti è anche solo antipatico, scrivici il suo nome su! Arrivati a seimila segnalazioni, il nominato ha dieci giorni di tempo per raccogliere le proprie cose e salutare amici e parenti.
Mi chiedo come possa essere imputato per empietà qualcuno che non abbia mai scritto nulla. L’imputato per me è pure analfabeta, come lo sono molti, del resto. Plutarco mi raccontò di un ateniese analfabeta che, per incidere il nome di Aristide, ricco politico e generale, si rivolse ad Aristide stesso. Al che il generale domandò all’ateniese se conoscesse questo Aristide. Il cittadino rispose di no, ma che non ne poteva più di sentir dire da tutti che fosse un uomo giusto. Al che Aristide incise il suo nome senza aggiungere altro.
Questo Aristide è strettamente imparentato con Mirto, seconda moglie dell’imputato, che ha dato lui due figli, e che nonostante la nobile parentela è comunque povera. Nei luoghi giusti è una cosa che avviene spesso. L’altra moglie, che invece si chiama Santippe, ha dato all’accusato un figlio. La si dice insopportabile, anche se credo sia il marito a non rivolgerle la parola praticamente mai, mentre è solito disturbare gli altri e intrattenerli per ore. Ovviamente a lei questo non può andar troppo bene.
Il vecchio sta per essere giudicato, ma prima ci informiamo un po’ su di lui, per quanto la sua vita non sia un mistero per molti. Nonostante la piccola statura, quest’uomo ha servito Atene in più d’un occasione, guadagnandosi anche una medaglia al valore. A vederlo non lo si direbbe, ma ha avuto una carriera militare eccelsa. Era anche solito bere più vino dei suoi commilitoni, rimanendo comunque in sé. Né pareva accusare il gelo. Mentre tutti erano ritirati e avvolti in pellicce, lui andava sul ghiaccio a piedi nudi e con la solita gabbanina addosso, senza sandali o vesti di lana. Altre volte rimaneva immobile, all’aperto, a pensare per notti e giorni interi senza proferire parola, stando alle parole di Alcibiade, in battaglia con lui.
Viene richiamato in guerra anche a quarantasette anni, e fa nuovamente il suo dovere. Eppure a guardarlo m’è sempre parso molto mite. Ci sono altri episodi invece, di cui dovremo tener conto, in cui non ha servito così bene Atene: un giorno Crizia, diventato capo del governo dei Trenta Tiranni, gli ordina di rapire il democratico Leonte. L’accusato riteneva però Leonte un uomo giusto, perciò se ne andò a casa come nulla fosse, e sarebbe stato condannato a morte, se non fosse morto prima Crizia.
Prendo posto, il processo inizia. Ad accusarlo il giovane poeta in cerca di gloria Meleto, figlio di Meleto. Se riesce a far dichiarare l’imputato colpevole sarà pagato un decimo del suo patrimonio, se nemmeno un quinto di noi voterà l’imputato colpevole, sarà multato di mille dracme. Com’è solito, per il tramonto dovremo emettere un verdetto. Non ho le idee chiare, tuttavia a me pare che non rimangano molti altri anni a questo vecchio. Mi sembra tutto superfluo.
Nel pubblico scorgo alcuni dei suoi allievi: Platone, Aristippo, Eschine, e credo di aver visto anche Euclide travestito da donna. Mi spiego: Euclide entra ad Atene così siccome i megaresi sono esiliati fuori dalla polis per via di una vecchia legge che prevede, come pena, la morte. L’accusato non vuole troppo convincerci della sua innocenza, bensì della sua buona fede, che pare non far testo. La sera infatti votiamo. Voti bianchi 220, voti neri 280.
Al che si chiede da prassi se l’imputato voglia una pena alternativa, ma questo sembra non essere troppo impensierito dalla morte. Di tutta risposta, afferma che non dovrebbe scegliersi una pena, ma un riconoscimento: dovrebbe essere ospitato nel Pritaneo, l’edificio sacro dove manteniamo coloro i quali hanno conquistato l’alloro olimpico. Dice di non aver mai fatto nulla per aver in cambio ricchezze, ma dei suoi amici si offrono di pagare per lui trenta monete d’argento.
Ora la seconda votazione, peggiore della prima per le sue sorti. Schernire la giuria chiedendo addirittura un privilegio come pena alternativa, non è stata una mossa molto arguta: nell’urna bianca finiscono 140 sassi, contro 360 neri di cui uno mio, stavolta. E ora, oltre a morire, deve anche trenta monete d’argento.
Il condannato non è giustiziato all’istante. Pochi giorni fa è partita la Nave Sacra. Quando Teseo partì per Creta con le sette coppie di vergini e di bambini da dare in pasto al Minotauro, gli ateniesi decisero che se le vittime si fossero salvate, avrebbero inviato a Delo ogni anno un’ambasceria in onore di Apollo. Ad Atene, durante il viaggio della nave, nessuno può essere giustiziato. Perciò intanto prende lezioni di cetra, perché ama imparare, dice.
Nel frattempo tutti provano a farlo fuggire, ma lui si rifiuta. Preferisce osservare le Leggi dello Stato, dice che un’ingiustizia non va commessa mai, neanche quando la si riceve. La Nave Sacra rientra. Le mogli arrivano per piangerlo e lui le caccia, altrimenti non avrebbe potuto discutere con i suoi amici per lo schiamazzo. Poi i suoi amici iniziano a piangerlo, e lui li paragona alle sue mogli.
Chiede alla guardia, anch’egli con il volto rigato dalle lacrime poiché aveva avuto modo di conoscerlo, quale fosse il modo migliore per avvelenarsi con la cicuta. Dopodiché chiede se sia usanza, in tali casi, brindare a qualche Dio. La guardia non lo sa. Dopo aver abbracciato mogli e figli, pronuncia le sue ultime parole, che sono per il suo amico Critone. Gli ricorda di restituire un gallo ad Asclepio per suo conto. E nulla più.
Non passa molto che tutti ci pentiamo della nostra scelta. Ho trascurato in questo mio diario le sue parole, che continuano ancora ora a lacerarmi l’animo, scavando un vuoto sempre più incolmabile. Proviamo a colmarlo: chiudiamo per lutto tutti i ginnasi, i teatri, le palestre, mandiamo in esilio i suoi accusatori e a morte il giovane Meleto. Così facendo forse finiremo per aprire una voragine, in quel vuoto. Sembra l’inizio d’un lento ma inesorabile e buio presagio.