Ieri era il compleanno di una mia conoscente. La incontrai alla seconda sede dell’Istituto Europeo di Design. Per evitare distrazioni a noi altri studenti, credo, la facoltà di moda era locata altrove: era frequentata solo da un certo tipo - che non specificherò meglio - di ragazze, tra loro pochissimi ragazzi che non concorrevano poiché ovviamente gay, veri o finti che fossero.
Le feste erano però le stesse, e bene o male lo sono ancora. Questa mia amica è a un’ora e mezza di auto e io non amo troppo guidare, quindi decido di portare un amico, per far guidare lui. Lui mi avvisa del fatto che avrebbe bevuto, ma nella mia scala di preferenze anche schiantarsi viene prima di guidare, quindi va bene. Quello che potrebbe non andar bene, invece, è il fatto che sia una festa di quelle con fotografi che ti accecano, camerieri che passano con vassoi, case sul mare, giacche, cravatte e pure papillon.
Di quelle feste dove ci sono anche i vip che non conosce nessuno. La mia soglia del non essere conosciuto è molto alta se l’ambito in cui sei conosciuto è quello televisivo: ad una mostra dovevo illustrare un progetto su uno schermo grande riservato solo ai vip e ovviamente io non ne riconobbi alcuno, mandando tutti agli schermi piccoli. Mi dissero che tra gli sfanculati ci fossero Fiammetta Cicogna e Raoul Bova, che oggi m’hanno spiegato chi siano. Ce n’erano anche altri, dissero, ma anche sforzandosi non sono riusciti a farmi capire chi fossero. Casi disperati. Quei vip che farebbero più bella figura a dire “faccio il calzolaio”, così almeno non ti chiedi “e chi cazzo sei scusa?”. Che poi chi mi conosce sa che penso ad alta voce, e finisco quindi per chiederlo al diretto interessato.
Insomma una festa del cazzo, ma si mangia si beve e altro ancora. Io so ambientarmi in questi luoghi. Basta dire sempre “Cioè”. Non mi sono spinto fino a giacca e cravatta, ma ho comunque il mio maglioncino su camicia, con il quale sono già abbastanza più figo degli altri; meglio non strafare. Il mio amico, invece, per confondersi tra i vip ha ripescato un abito da qualche matrimonio. Ai matrimoni io non vado, quindi anche volendo non avrei potuto.
Insomma, lui ci teneva a farsi notare, e quindi s’è vestito come tutti gli altri. Lo so, non ha senso, ma ragioniamo tutti così. Prima di entrare gli consiglio di avere conversazioni semplici. Di quelle che potresti avere nella casa del Grande Fratello. Gli faccio l’esempio della Regina Elisabetta, emblema della nobiltà, che però non capisce un cazzo di niente. Parla di vini di cappelli di cani e di cavalli. Stop. Il resto è roba da poveracci. «Se vuoi sembrare interessante, non dire nulla che ti sembri interessante», gli dico.
Quando gli presento la festeggiata lui intavola un ragionamento: le dice che la moda è un campo valutato per la firma, non conta più il lavoro e chi lo fa davvero. È diventata un’élite che manda avanti sempre gli stessi figli di papà, quindi le faceva i suoi auguri per sfondare. Ovviamente la mia amica è figlia di stilista e lui azzera tutte le sue possibilità con lei.
Per quel che so dirvi su queste feste, vi basta avvicinare una ragazza, o un ragazzo, e chiedere dove appendere la giacca. Nel mio caso funziona ancora meglio: ti fanno «Ma tu non hai una giacca!». «Appunto», rispondi. Ma niente, le persone preferiscono la strada dell’intellettuale di sinistra. Che è già un ossimoro di per sé, una figura odiosa anche tra persone di sinistra, figuriamoci altrove.
Il resto della festa va bene, e questo mio amico comprende che mangnà e beve fa molto più stylish di mille parole.